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TURISMO DI QUALITA’

domenica, Gennaio 11th, 2026

Negli ultimi anni abbiamo più volte tentato di analizzare i dati relativi all’andamento del turismo estivo nel Capo di Leuca. La difficoltà nel reperire informazioni attendibili ci ha spesso costretti a formulare considerazioni basate su notizie frammentarie e osservazioni empiriche. Anche l’analisi della stagione estiva 2025 presenta le stesse criticità. Nonostante i ricorrenti allarmismi pre-stagionali, l’ultima stagione turistica del Salento ha mostrato una sostanziale tenuta rispetto alla precedente e, secondo i dati ufficiali, si registra addirittura una crescita di circa il 18% delle presenze. In realtà, oggi le presenze vengono rilevate grazie alle nuove norme di identificazione degli ospiti, mentre in passato gli stessi turisti sfuggivano spesso alle registrazioni; perciò, la situazione ricettiva del nostro territorio potrebbe definirsi sostanzialmente stabile o in leggero calo.

Vorrei soffermarmi piuttosto, sull’evoluzione qualitativa del fenomeno. L’aumento costante dei turisti stranieri – che, pur non compensando del tutto il calo delle presenze nazionali, sta assumendo un ruolo sempre più rilevante – orienta il nostro territorio verso un turismo diverso: più ricercato, più professionale, più maturo. Questo cambiamento accelera il passaggio da una concezione di ricettività di tipo familiare ad un’offerta sempre più strutturata e sofisticata. Complice anche l’incremento dei voli diretti su Brindisi da vari Paesi esteri, nel Sud Salento non arrivano più soltanto i discendenti e gli amici dei compaesani emigrati ma, con continuità, anche turisti dal Centro e Nord Europa (Francia, Olanda, Belgio, Austria) e perfino da Paesi extraeuropei. La loro provenienza da aree mediamente più benestanti innalza naturalmente gli standard della domanda, spingendo gli operatori a qualificarsi maggiormente, a partire dalla necessità di una conoscenza adeguata delle lingue straniere.

Un altro aspetto positivo è la distribuzione temporale delle loro presenze, più discreta e diluita lungo un periodo compreso tra aprile e ottobre. Questo elemento è significativo perché non porta ad una sovrapposizione con i turisti italiani, le cui vacanze coincidono spesso con il calendario scolastico e per definizione, affollano le spiagge nel mese di agosto.

La presenza degli stranieri è inoltre dislocata in modo più omogeneo sul territorio: non scelgono necessariamente le località più note, ma prediligono soluzioni in zone tranquille, lontane dai centri abitati e dalle marine più affollate. Le loro parole d’ordine sono: natura, privacy e relax. In un certo senso, ci stanno insegnando a valorizzare maggiormente l’ambiente e a preservare gli elementi che rendono unico il nostro territorio.

Le località simbolo del turismo della nostra zona (Santa Maria di Leuca, Torre Vado, ecc.) mostrano una contrazione sempre più evidente, mentre nuove strutture ricettive sorgono ormai indistintamente in aree rurali o nei piccoli centri dell’entroterra.

È vero: il “brand Salento” non gode più della stessa popolarità di alcuni anni fa, quando nel “periodo Covid” si sono registrati numeri record; l’improvviso boom del passato non ci ha sempre trovati preparati ma, non tutto è andato perduto. Lo sviluppo qualitativo del settore è anche il risultato degli errori commessi durante la fase di forte espansione.

Oggi è il momento giusto per raddrizzare il tiro e creare una nuova concezione del turismo fondata sulla valorizzazione del territorio. In tutto il mondo, infatti, ci sono spiagge bellissime e anche più economiche delle nostre; forse, stiamo maturando la consapevolezza che la storia, la cultura, l’autenticità e tutti gli aspetti paesaggistici del territorio sono i pilastri su cui poggiare il concetto di ospitalità e, non è necessario snaturarsi per cercare di catturare qualche turista “last minute” in più.

Gianfranco Chiarello

LA LINGUA DEL SANGUE

domenica, Gennaio 11th, 2026

Sono nata in Puglia nel 2001 e sono cresciuta a Corsano, un piccolo paesino di cinquemila abitanti in provincia di Lecce, nel sud del Salento.

I miei genitori sono entrambi pugliesi, nati e cresciuti nello stesso paese della provincia, e tra di loro hanno sempre parlato dialetto, fin dalla giovinezza: mia madre spesso mi racconta di come il dialetto sia stata anche la lingua dei loro primissimi appuntamenti, una lingua sentita come espressiva e senza fronzoli, fatta anche di gesti e intonazioni, adatta ad esprimere emozioni che passavano in modo diretto, essenziale, ma incisivo. Sentita come lingua dell’immediatezza, così come dell’appartenenza e dell’intimità. Al tempo, l’italiano risultava una lingua quasi estranea, utilizzarla era segno di distacco dalla comunità, risultava scomoda e quasi imbarazzante parlarla nel quotidiano, come un vestito troppo elegante.

Utilizzavano il dialetto con naturalezza con i fratelli, con gli amici, nelle conversazioni quotidiane con la famiglia. Era per loro, la lingua della vita vera, quella che li legava al loro mondo, alla loro terra, alla loro identità. Come dice mio padre, “è una lingua tosta, ancestrale, viene dal profondo” e, come in un melodramma, porta tutto sulla superficie, “per esempio, quando ne stizzamu in dialetto, esce il peggio di noi”. Simpaticamente, in questa frase trovo una grande verità: nel dialetto si libera qualcosa di primordiale, di istintivo. È una lingua di rabbia, di passioni, di amore spontaneo.
Nonostante abbiano correttamente appreso l’italiano nei loro percorsi scolastici e universitari, trovo molto commovente il fatto che continuino a conservarlo nella loro quotidianità, nello scherzo e nel litigio, in un legame viscerale con una lingua che sa raccontare una storia di appartenenza.
I miei nonni materni hanno sempre parlato tra loro esclusivamente in dialetto.
Hanno appreso l’italiano come competenza passiva, in particolare mio nonno che, per ragioni lavorative, si è trasferito per molti anni in Svizzera. Quando ero piccola, soprattutto mia nonna, rivolgendosi a me e a mio fratello, si sforzava di utilizzare un italiano semplice, che non percepiva però come naturale. Le parole fuggivano, slittavano verso il dialetto e tutto diventava più vero, più intimo. Nel dialetto trovavano la loro autenticità.
I miei nonni paterni, invece, avevano un rapporto differente con la lingua: nonostante abbiano sempre parlato dialetto in contesti intimi, familiari e quotidiani, hanno tuttavia svolto delle professioni che li hanno portati all’utilizzo attivo dell’italiano.

Mio nonno era un commerciante e, nell’interfacciarsi con i fornitori, ha imparato ad utilizzarlo attivamente; mia nonna era un’insegnante alle elementari e teneva molto all’utilizzo di un italiano corretto, che tentava di impartire anche ai suoi figli, innescando inevitabili lotte di ribellione.
Il dialetto che conosco è anche marca di differenziazione, ogni paese, anche a pochi minuti di distanza, ne custodisce la propria sfumatura.
Mio zio ama raccontare un ricordo di gioventù, quando al suo dire “se vide all’osimo” (orizzonte), gli amici scoppiarono a ridere perché non conoscevano una parola dialettale in uso a Gagliano. A distanza di pochi chilometri, ciò che per alcuni era orizzonte, per altri restava mistero.

Leggendarie le gaffe del presidente Filograna della Filanto: in un’intervista raccontò “e… poi abbiamo andati in ritiro”. Il giornalista lo corresse “Presidente, siamo andati in ritiro”. E lui, senza scomporsi “Perché? C’era anche lei?”.
E sempre a proposito di scarpe, è esilarante la frase nel tema di un alunno della scuola elementare di qualche decennio fa: “le mie sorelle fanno le zoccole a Casarano”, libera traduzione delle calzature in legno.
Per quanto riguarda la scelta linguistica della mia famiglia nei confronti di me e di mio fratello fu comunque sempre l’italiano, con un dialetto che apprendevamo sotterraneamente ascoltando i loro discorsi: l’italiano era la lingua del futuro, di una cultura nuova, di porte aperte.
Generalmente, tutta quanta la famiglia era molto attenta alla corretta espressione, al corretto utilizzo del lessico e del linguaggio nei confronti di noi figli: ogni tipo di espressione dialettale, soprattutto in presenza di altri adulti, era vietata.
Ricordo molto bene un episodio che ha segnato la mia percezione del dialetto: ero molto piccola e in occasione di una festa estiva con i miei genitori, mio fratello proferì con orgoglio qualche parola in dialetto alla presenza di tutti. I miei genitori, tornati a casa, lo rimproverarono con una frase che ancora ricordo molto bene, che tante volte mi è stata ripetuta nelle fasi di crescita: “il dialetto bisogna saperlo, ma è bene non parlarlo”. Imparai ben presto quanto una lingua potesse essere veicolo di affetto, familiarità, ricordi, ma al contempo anche di giudizio, di confine.

Nel confronto coi pari, presto mi sono trovata a misurarmi con una dinamica linguistica che, nel microcosmo del mio paesino, implicava anche una sostanziale differenza di genere connessa con la scelta della lingua con cui esprimersi quotidianamente.
Gli amici maschi continuano ancora oggi ad utilizzare il dialetto sempre, come linguaggio di gruppo, radicato come segno di appartenenza, che è quasi una scelta simbolica; per le ragazze invece è molto diverso: una ragazza che utilizza il dialetto finisce spesso con l’essere tacciata come rozza, volgare, poco femminile.
Sempre mio padre, in proposito, mi ha detto “forse i ragazzi parlano dialetto perché è una lingua che fa duro chi la parla. E poi noi abbiamo una pronuncia molto stretta, con l’italiano rasentiamo quasi il ridicolo”.
Nel mio paese il dialetto vive nelle voci adulte, ma è una lingua che sa cambiare volto a seconda di chi la indossa, sulle sue sillabe si impianta una divisione di ruoli antica. Sulle bocche degli uomini si fa ruvida, tagliente, quasi una corazza; sulle bocche delle donne sembra richiedere una misura più lieve.
Si tramanda il dialetto come forma linguistica di appartenenza prevalentemente maschile, una lingua che veicola significati di praticità, immediatezza ed ha una connotazione di forza e durezza. Una scorza dura che tramanda una storia di fatiche contadine, che descrive il sentimento nella sua naturalità.
L’italiano è una lingua lontana, che presenta grandi ventagli di possibilità, imbarazza nella sua pretesa correttezza: nella lingua di casa non c’è spazio per i fronzoli grammaticali.

Risuonano profondamente alcuni versi di un poeta centenario, Ciccio Longo, in una raccolta di Ricordi in vernacolo corsanese: “E lu linguaggiu nosciu non è ‘nticu?/ Percé nui lu miscamu all’italianu?/ Insomma, pe lu sangu deu namicu,/ ‘cci ne succede a nui de Cursanu?”. In quelle rime, c’è la nostalgia di una lingua che teme di perdere sé stessa, vibra la paura di un uomo che vede il suo orizzonte svanire. Perderla significa perdere il ritmo dei gesti quotidiani, le storie sussurrate nelle cucine, le preghiere antiche. È rinunciare a una patria interiore di complici silenzi e memorie che nessuna venatura di italiano saprebbe mai restituire.
“Tanimu lu dialettu pe’ dialettu,/ senò fra qualche annu, qua a Cursanu,/ se cunta n’otra lingua, l’italiettu”.
Per quanto riguarda me, l’italiano è stata dunque da sempre la mia lingua privilegiata di comunicazione: ho sempre parlato in italiano con i miei pari, scegliendo il dialetto soltanto in situazioni linguistiche in cui desideravo comunicare comicità, ironia o rabbia.
A scuola, l’italiano era la lingua delle regole, dell’autorità, del dovere, della correttezza e neutralità espressiva: il dialetto era alquanto malvisto durante la lezione, benché occasionalmente fuoriuscisse tra i compagni di classe. Rimaneva una presenza invisibile e fantasmatica, finiva con l’essere totalmente ignorato: non esisteva nello spazio ufficiale della scuola.
Il liceo è stato determinante, in quanto ho iniziato a sforzarmi, giorno dopo giorno, ad arricchire il mio lessico e la mia dialettica, tentando di distanziarmi sempre di più dal contesto linguistico dialettale a cui appartenevo.
Per questo motivo, l’università ha rappresentato un momento di iniziale totale allontanamento dalle mie origini linguistiche: più volte mi sono sorpresa a sforzarmi di coprire e nascondere in ogni modo la mia pronuncia salentina, costringendomi a tenere a freno ogni piccolo scivolamento nel dialetto, tentando di scandire ogni parola. Lo facevo con una punta di orgoglio, come se la mia capacità di nascondere la mia provenienza dimostrasse cultura, emancipazione, intelligenza, ma ciò non escludeva un po’ di vergogna, perché in una simile auto-coercizione, rinnegavo me stessa, la mia terra, un Sud che si porta dietro incommensurabili pregiudizi, stigmi di arretratezza, che semmai ad oggi lotterei per smentire a testa alta.

Posso dire adesso che la mia voce la trovo e la ritroverò continuamente proprio in quella tensione tra il desiderio di accrescersi e di elevarsi e il senso di appartenenza a una terra che non voglio più rinnegare o cancellare: in quelle parole che sono carezze, battute, abbracci della mia infanzia, il mio dialetto fa parte della mia storia linguistica, così come della mia storia umana.

Giorgia Orlando

I MIEI PRIMI 103 ANNI…INCONTRO CON LA VERA SAGGEZZA

venerdì, Gennaio 9th, 2026

Iniziare a lavorare a sette anni e continuare a farlo ininterrottamente fino ai novantacinque…Passare la soglia dei cento ed arrivare ai 103 conservando la mente lucida e lo stesso carattere forte, temprato dalle dure esperienze della vita… È raro, ma non impossibile. La nostra compaesana Lucia Longo è un esempio per tutti noi e tutte noi.
Una vita non facile, una tenacia inaspettata ed una tempra straordinaria, in un corpo minuto e fragile. Lucia ci accoglie in casa con garbo e compostezza austeri, risponde alle domande con una presenza di spirito invidiabile. La voce rotta solo al ricordo della figlia scomparsa e del ritorno del suo uomo dalla prigionia in Russia, la vigilia di un Natale. Non so quanti e quante di noi avrebbero retto con simile forza d’animo a tutte le traversie che hanno investito la sua vita.
Voglio ringraziarla personalmente in questa introduzione, per non scrivere nulla a conclusione dell’intervista, in modo da lasciarvi con le sue parole. A me resterà sempre il ricordo [nell’etimologia autentica di richiamare(re) al cuore(cor)]  della donna forte e fragile che ho intervistato.
Grazie, Lucia!

Come ti piace presentarti?
Semplicemente: mi chiamo Lucia Longo e sono nata a Corsano il 30 ottobre del 1922.

Ci racconti qualcosa della tua famiglia di origine?
Ho perso il papà all’età di 4 anni, lui ne aveva solo 33 . Anche la mia mamma è morta piuttosto giovane, quando aveva 53 anni, per cui sono cresciuta dapprima senza il papà e poi senza la mamma. Siccome a quell’epoca la vita era dura, dato che non c’erano aiuti economici sociali, ho dovuto cominciare a lavorare fin da quando ero piccola. Lavoravo nelle campagne della famiglia Biasco di Corsano. Ho lavorato sempre, prima sotto padrone, poi nella mia campagna, fino ai 95 anni. Sapevo fare tutti i lavori e li facevo con impegno, pur portando avanti la famiglia.

Fino a che età sei andata a scuola?
A scuola non sono potuta andare, perché già a sette anni lavoravo in campagna, ma poi ho fatto tanti sacrifici perché i miei figli avessero la possibilità di studiare, se avessero voluto.

A che età ti sei sposata?
Mi sono sposata a 24 anni, appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il mio fidanzato è tornato dalla prigionia in Russia, senza che avesse mai potuto dare sue notizie per tre lunghi e difficili anni.

Una zia sosteneva che era sicuramente morto, che avrei potuto dirgli una messa, ma io ero convinta che fosse vivo. Ogni notte vedevo il Sacro Cuore di Gesù, con le lettere del mio fidanzato, e questo mi dava forza e coraggio. E quando lui tornò, io con i miei risparmi feci celebrare una messa di ringraziamento. Era la vigilia di Natale.

Che differenza noti tra il modo in cui hai educato i tuoi figli e il modo in cui oggi i genitori educano i propri?
I miei figli li ho educati come è piaciuto a me e a mio marito, sempre con tanti sacrifici. Ho lavorato perché avessero la possibilità di studiare. Una delle mie figlie, Donata, ha studiato ed è diventata maestra di scuola elementare. Biagio ha fatto la scuola di tornitore e poi è emigrato in Svizzera. Gli altri hanno scelto di lavorare subito, ma tutti sono stati egualmente onesti e bravi lavoratori. Oggi la vita è diversa e anche l’educazione che viene data è diversa.

Qual è stato il momento più difficile della tua vita?
Ci sono stati tanti momenti difficili, a partire dalla perdita del mio papà. Mia madre in seguito si è risposata, perché era rimasta vedova con tre figli piccoli, di cui uno nato poco prima della morte di mio padre… e la vita era davvero difficile.

C’è un ricordo particolarmente felice che ti viene in mente spesso?
I ricordi più belli sono legati alla mia famiglia e ai miei figli, che ho visto crescere ubbidienti e lavoratori. Ai nipoti che ho cresciuto per aiutare i miei figli impegnati nel lavoro. Sono contenta perché ho fatto quello che ho potuto.

Che emozione hai provato quando hai festeggiato i 100 anni?
Sono stata molto contenta, ho festeggiato al ristorante con i figli, i nipoti, i pronipoti e qualche vicino di casa. Dopo i 100 abbiamo festeggiato gli altri compleanni a casa.

C’è stato qualcosa di inaspettato nella tua vita?
Di inaspettato c’è stato il ritorno di mio marito dalla prigionia in Russia, durata tre anni. Nessuno si aspettava che sarebbe ritornato, ma io non avevo mai perso la speranza. Poi, quando nessuno ci credeva, arrivò una lettera che lui aveva affidato un uomo di Presicce, certo Rocco Fersini, perché la facesse avere alla sua famiglia. Mio marito, mentre tornava dalla Russia (dopo tre mesi trascorsi in treno), dovette essere ricoverato per alcuni mesi in un ospedale a Merano, ma riuscì a farci arrivare una lettera e da allora lo abbiamo aspettato col cuore un po’ più leggero.  A distanza di molti anni si è rivisto con un altro prigioniero che era stato con lui. Era un tedesco, lui è andato in Germania a trovarlo e la gioia nel rivedersi è stata grandissima.

Ma veniamo a oggi. Come passi le tue giornate?
Fino ai 95 anni andavo tutti i giorni in campagna. Ho continuato ad andarci anche dopo, ma solo per dare un’occhiata o innaffiare gli alberi. Mi sveglio molto presto, anche perché dormo molto poco, così recito le preghiere. In casa svolgo ancora qualche faccenda: rifaccio i letti, spolvero, insomma quello che mi lasciano ancora fare. Tutto fino all’ora di pranzo. Poi mi riposo un po’ e nel pomeriggio mi siedo in poltrona. Ceno presto. La televisione la guardo poco, ma mi piace molto il programma serale del gioco dei pacchi.

Ci sono cose che ti mancano del passato?
Del passato mi mancano soprattutto gli affetti di coloro che non ci sono più, soprattutto mia figlia che è scomparsa prematuramente. Però ringrazio Dio di come sto.

Dopo la tua lunga esperienza di donna e di madre, c’è un consiglio che daresti ai giovani di oggi?
Purtroppo nella vita ci sono sempre pericoli. I giovani non sono più come quelli di una volta. Prima si era concentrati nel lavoro perché bisognava guadagnarsi duramente il pane. Oggi è diverso, ma devono stare attenti, perché di pericoli ce ne sono tanti.

Cosa hai imparato vivendo così a lungo?
Tutte le esperienze mi hanno insegnato tanto. Sono stata sempre molto vicina alla Chiesa. Non ho perso una messa, un funerale, nonostante gli impegni del lavoro e della famiglia. Finchè sono stata in grado di farlo, ho impegnato tutte le mattine del sabato a svolgere attività di cura e pulizia anche dei luoghi sacri. Ho perfino lasciato da parte altri impegni per svolgere quest’attività, che ritenevo e ritengo importante.

Lucia, salutaci dicendo quali sono le cose davvero importanti nella vita.
Sono importanti la famiglia, la fede, il lavoro. Ho insegnato queste cose anche ai miei figli e loro mi hanno dato soddisfazione anche in questo.

Concettina Licchetta

CHI ERO, CHI SONO

giovedì, Gennaio 8th, 2026

Mi chiamo “La Voce di Corsano”, sono nata nel 1975, mi hanno tenuta a battesimo Biagio Ciardo e Biagio Caracciolo e insieme a loro e ad altre qualificate firme sono cresciuta nel corso di questi decenni. Il mio Direttore Responsabile è stato Gianni Mastrangelo, poi sostituito nel 2008 da Miriam Ciardo, mentre nel 2020 Antonio Caracciolo si è avvicendato a Biagio Caracciolo nella direzione editoriale.

Ho raggiunto il 50esimo anno di età e il peso degli anni me lo sento per intero, nel senso che ho attraversato circa un ventennio della Prima Repubblica e successivamente sto vivendo gli anni della Seconda Repubblica, con i cambiamenti sociali, economici e culturali che i decenni hanno segnato.

Ho vissuto intensamente la vita corsanese, della quale ho provato a raccontarvi le vicende che la comunità ha attraversato, con le sfumature e i tornanti. Per averne la riprova, basta fare memoria dei volti e dei nomi che ho raccontato e descritto.

Ho visto all’opera i Sindaci che si sono succeduti: Francesco Chiarello, Biagio Russo, Vincenzo Nicolì, Biagio Caracciolo, Biagio Cazzato, Biagio Martella, Biagio Raona e l’attuale Sindaco Francesco Caracciolo.

Alla mia nascita la Parrocchia di Corsano era retta da Don Ernesto Valiani, poi da Don Gerardo Antonazzo, successivamente da Don Gianni Leo e Don Luca De Santis, mentre il Parroco dei nostri giorni è Don William Del Vecchio. La stazione dei carabinieri era retta dal Maresciallo Francesco Leone, oggi è comandata dal Maresciallo Francesco De Nuccio.

Il mio racconto cinquantennale ha registrato e raccontato tutte le sfumature che la cronaca porta con sé. Ho percorso, infatti, il periodo buio degli anni di piombo; ho visto la fine degli anni del boom economico e l’inizio della crisi energetica dovuta all’aumento del prezzo del petrolio; ho illustrato l’ingresso degli elettrodomestici nelle famiglie italiane; ho osservato il percorso delle sonde spaziali VOYAGER aprire il periodo dell’esplorazione del sistema solare. Insomma, ho cercato di descrivere ciò che avveniva sulle nostre teste e davanti ai nostri occhi, con senso critico e senza mai far mancare uno sguardo ironico, ma mai ciarliero.

Non posso non confessarvi che il dato più preoccupante della mia esistenza è stato quello che consegnava una società insanguinata dalla violenza politica che negli anni ’70 (e inizio degli ’80) sembrava poter travolgere l’intero sistema.

Ricordo con grande sofferenza, tra i tanti episodi, la gambizzazione del maestro di giornalismo Idro Montanelli, l’uccisione di magistrati e altri servitori dello Stato, il massacro di vittime innocenti incappate nelle traiettorie assurde del terrorismo, per giungere ad uno degli snodi-simbolo di questa scia di sangue e assurdità ideologica rappresentato dal sequestro e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta. Furono anni tristi e luttuosi che mi auguro non tornino mai più.

Ecco, fu in quel contesto che sono nata e cresciuta, in un clima nel quale c’era chi provava a fornire la propria “chiave” di lettura della realtà e chi rispondeva a colpi di “chiave inglese”. Un periodo in cui era difficile esprimere persino le proprie idee e per farlo bisognava avere molto coraggio e, forse, anche un po’ di incoscienza. Io ho avuto l’uno e l’altra, ecco perché ho proseguito senza sosta, senza interruzioni e senza tentennamenti.

Ed ora eccomi qui, in un’Italia cambiata, completamente diversa rispetto a quando ho iniziato il mio percorso, fortunatamente migliore. Ho saputo interpretare le inquietudini profonde del nostro paese e, dal punto di osservazione del Capo di Leuca, anche della nostra nazione. Ho dato voce a chi voce non aveva, ho scritto la cronaca divenuta storia di Corsano, credendo sempre nelle mie idee forti delle radici occidentali, europee, atlantiche, ma mantenendomi sempre lungo la linea di una corretta informazione.

Il tempo non ha fermato le mie parole, ma ha arricchito il vocabolario della realtà che voglio ancora raccontare. E allora provo a immaginare: quando nel 4053 i nostri giovani vorranno sapere e capire ciò che è avvenuto a Corsano dall’anno della mia nascita in poi, schiacciando il tasto del loro computer – o con qualsiasi altro nome si chiamerà – avranno modo di ricostruire tutte le vicende corsanesi attraverso le mie pagine e i miei scritti.

Oggi al compimento del mio 50esimo anno di vita ho la consapevolezza di quanto è accaduto ma al tempo stesso ho la convinzione di vivere i giorni nostri con una maturità diversa, ricca dell’esperienza passata, ma ferma nei principi e nei valori che mi hanno sempre accompagnato.

Ai cittadini di Corsano, che in questi anni hanno fortemente contribuito a proseguire il mio percorso, con il sostegno economico, ma, principalmente, con l’attenta lettura delle mie pagine, rivolgo un grazie infinito. Alle istituzioni e alle associazioni un augurio di buon lavoro e l’invito a continuare nella stretta collaborazione nella speranza che insieme si possano raggiungere ulteriori traguardi al fine di favorire la crescita della nostra comunità. Io continuerò a raccontarla, rimanendo, nel tempo, La Voce di Corsano.

La Voce di Corsano

La Voce di Corsano vi augura Buone Feste!

lunedì, Dicembre 22nd, 2025

𝐋𝐀 𝐓𝐔𝐀 𝐅𝐎𝐓𝐎 𝐈𝐍 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐀 𝐏𝐀𝐆𝐈𝐍𝐀!

venerdì, Novembre 7th, 2025

 

Ritorna il concorso “La tua foto in prima pagina” che decreterà lo scatto che sarà pubblicato in prima pagina nella prossima edizione del periodico, giunto al suo 50º anno di vita.

Inviaci una foto inedita di scorci, paesaggi o monumenti di Corsano e la Redazione sceglierà quella da pubblicare.
La partecipazione è aperta a tutti, senza distinzione fra dilettanti e professionisti.

📌Ricorda:
🔵 invio foto entro il 10 dicembre 2025 a info@lavocedicorsano.it

🔵 la partecipazione al concorso è gratuita e implica automaticamente l’autorizzazione alla riproduzione della fotografia e al trattamento e all’utilizzazione dei dati personali.

La Voce di Corsano da 50 ANNI!

venerdì, Ottobre 31st, 2025

 

Sono trascorsi 𝟓𝟎 𝐚𝐧𝐧𝐢 da quel 31 ottobre 1975.
Nel frattempo il paese si è trasformato ed è cambiata la società, sono mutati i costumi ed il contesto sociale.
𝐋𝐚 𝐕𝐨𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐂𝐨𝐫𝐬𝐚𝐧𝐨 c’è sempre stata, raccontando la cronaca e la storia di Corsano, passando dal ciclostile alla stampa a colori, dal solo cartaceo alle versioni in digitale e approdando sui social per essere letta in ogni luogo e da chiunque.

Per questo importante compleanno daremo vita non solo ad un 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 in distribuzione il 1° gennaio, ma anche ad un 𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 di cui vi sveleremo data e informazioni a breve.
State connessi per scoprire i dettagli

Vi aspettiamo il 𝟏° 𝐆𝐞𝐧𝐧𝐚𝐢𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟓 in 𝐏𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐒𝐚𝐧 𝐁𝐢𝐚𝐠𝐢𝐨 per la distribuzione del 49° numero de “La Voce di Corsano”

lunedì, Dicembre 30th, 2024

 

🗞 In questa edizione ampio spazio è riservato alla figura del compianto Sindaco dott. Biagio Raona, con testimonianze di personalità che lo hanno conosciuto da vicino.
Poi articoli legati alle realtà associative corsanesi, alla consegna della chiave della Cittá al Magistrato dott. Ilario Martella ed un interessante approfondimento sull’andamento dei redditi dei corsanesi dagli anni ‘80 ad oggi.

👀 Infine, oltre alle tradizionali rubriche “Cose che si notano in Paese”, “Spigolando” e “Numeri Curiosi”, troverete la nuova rubrica per riscoprire il nostro dialetto: “E parole de na vota”.

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AUGURI DI BUONE FESTE

martedì, Dicembre 24th, 2024

giovedì, Ottobre 17th, 2024