{"id":3719,"date":"2026-01-11T18:12:49","date_gmt":"2026-01-11T17:12:49","guid":{"rendered":"http:\/\/lavocedicorsano.it\/?p=3719"},"modified":"2026-01-11T18:14:03","modified_gmt":"2026-01-11T17:14:03","slug":"la-lingua-del-sangue","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/lavocedicorsano.it\/?p=3719","title":{"rendered":"LA LINGUA DEL SANGUE"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft wp-image-3720 size-medium\" src=\"http:\/\/lavocedicorsano.it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/Foto-Giorgia-Orlando-138x300.jpeg\" alt=\"\" width=\"138\" height=\"300\" srcset=\"http:\/\/lavocedicorsano.it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/Foto-Giorgia-Orlando-138x300.jpeg 138w, http:\/\/lavocedicorsano.it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/Foto-Giorgia-Orlando-472x1024.jpeg 472w, http:\/\/lavocedicorsano.it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/Foto-Giorgia-Orlando-708x1536.jpeg 708w, http:\/\/lavocedicorsano.it\/wp-content\/uploads\/2026\/01\/Foto-Giorgia-Orlando.jpeg 738w\" sizes=\"(max-width: 138px) 100vw, 138px\" \/>Sono nata in Puglia nel 2001 e sono cresciuta a Corsano, un piccolo paesino di cinquemila abitanti in provincia di Lecce, nel sud del Salento.<\/p>\n<p>I miei genitori sono entrambi pugliesi, nati e cresciuti nello stesso paese della provincia, e tra di loro hanno sempre parlato dialetto, fin dalla giovinezza: mia madre spesso mi racconta di come il dialetto sia stata anche la lingua dei loro primissimi appuntamenti, una lingua sentita come espressiva e senza fronzoli, fatta anche di gesti e intonazioni, adatta ad esprimere emozioni che passavano in modo diretto, essenziale, ma incisivo. Sentita come lingua dell\u2019immediatezza, cos\u00ec come dell\u2019appartenenza e dell\u2019intimit\u00e0. Al tempo, l\u2019italiano risultava una lingua quasi estranea, utilizzarla era segno di distacco dalla comunit\u00e0, risultava scomoda e quasi imbarazzante parlarla nel quotidiano, come un vestito troppo elegante.<\/p>\n<p>Utilizzavano il dialetto con naturalezza con i fratelli, con gli amici, nelle conversazioni quotidiane con la famiglia. Era per loro, la lingua della vita vera, quella che li legava al loro mondo, alla loro terra, alla loro identit\u00e0. Come dice mio padre, \u201c\u00e8 una lingua <em>tosta<\/em>, ancestrale, viene dal profondo\u201d e, come in un melodramma, porta tutto sulla superficie, \u201cper esempio, quando <em>ne stizzamu<\/em> in dialetto, esce il peggio di noi\u201d. Simpaticamente, in questa frase trovo una grande verit\u00e0: nel dialetto si libera qualcosa di primordiale, di istintivo. \u00c8 una lingua di rabbia, di passioni, di amore spontaneo.<br \/>\nNonostante abbiano correttamente appreso l\u2019italiano nei loro percorsi scolastici e universitari, trovo molto commovente il fatto che continuino a conservarlo nella loro quotidianit\u00e0, nello scherzo e nel litigio, in un legame viscerale con una lingua che sa raccontare una storia di appartenenza.<br \/>\nI miei nonni materni hanno sempre parlato tra loro esclusivamente in dialetto.<br \/>\nHanno appreso l\u2019italiano come competenza passiva, in particolare mio nonno che, per ragioni lavorative, si \u00e8 trasferito per molti anni in Svizzera. Quando ero piccola, soprattutto mia nonna, rivolgendosi a me e a mio fratello, si sforzava di utilizzare un italiano semplice, che non percepiva per\u00f2 come naturale. Le parole fuggivano, slittavano verso il dialetto e tutto diventava pi\u00f9 vero, pi\u00f9 intimo. Nel dialetto trovavano la loro autenticit\u00e0.<br \/>\nI miei nonni paterni, invece, avevano un rapporto differente con la lingua: nonostante abbiano sempre parlato dialetto in contesti intimi, familiari e quotidiani, hanno tuttavia svolto delle professioni che li hanno portati all\u2019utilizzo attivo dell\u2019italiano.<\/p>\n<p>Mio nonno era un commerciante e, nell\u2019interfacciarsi con i fornitori, ha imparato ad utilizzarlo attivamente; mia nonna era un\u2019insegnante alle elementari e teneva molto all\u2019utilizzo di un italiano corretto, che tentava di impartire anche ai suoi figli, innescando inevitabili lotte di ribellione.<br \/>\nIl dialetto che conosco \u00e8 anche marca di differenziazione, ogni paese, anche a pochi minuti di distanza, ne custodisce la propria sfumatura.<br \/>\nMio zio ama raccontare un ricordo di giovent\u00f9, quando al suo dire \u201c<em>se vide all\u2019osimo<\/em>\u201d (orizzonte), gli amici scoppiarono a ridere perch\u00e9 non conoscevano una parola dialettale in uso a Gagliano. A distanza di pochi chilometri, ci\u00f2 che per alcuni era orizzonte, per altri restava mistero.<\/p>\n<p>Leggendarie le gaffe del presidente <strong>Filograna<\/strong> della Filanto: in un\u2019intervista raccont\u00f2 \u201ce\u2026 poi <em>abbiamo andati<\/em> in ritiro\u201d. Il giornalista lo corresse \u201cPresidente, <em>siamo andati<\/em> in ritiro\u201d. E lui, senza scomporsi \u201cPerch\u00e9? C\u2019era anche lei?\u201d.<br \/>\nE sempre a proposito di scarpe, \u00e8 esilarante la frase nel tema di un alunno della scuola elementare di qualche decennio fa: \u201cle mie sorelle fanno le <em>zoccole<\/em> a Casarano\u201d, libera traduzione delle calzature in legno.<br \/>\nPer quanto riguarda la scelta linguistica della mia famiglia nei confronti di me e di mio fratello fu comunque sempre l\u2019italiano, con un dialetto che apprendevamo sotterraneamente ascoltando i loro discorsi: l\u2019italiano era la lingua del futuro, di una cultura nuova, di porte aperte.<br \/>\nGeneralmente, tutta quanta la famiglia era molto attenta alla corretta espressione, al corretto utilizzo del lessico e del linguaggio nei confronti di noi figli: ogni tipo di espressione dialettale, soprattutto in presenza di altri adulti, era vietata.<br \/>\nRicordo molto bene un episodio che ha segnato la mia percezione del dialetto: ero molto piccola e in occasione di una festa estiva con i miei genitori, mio fratello profer\u00ec con orgoglio qualche parola in dialetto alla presenza di tutti. I miei genitori, tornati a casa, lo rimproverarono con una frase che ancora ricordo molto bene, che tante volte mi \u00e8 stata ripetuta nelle fasi di crescita: \u201cil dialetto bisogna saperlo, ma \u00e8 bene non parlarlo\u201d. Imparai ben presto quanto una lingua potesse essere veicolo di affetto, familiarit\u00e0, ricordi, ma al contempo anche di giudizio, di confine.<\/p>\n<p>Nel confronto coi pari, presto mi sono trovata a misurarmi con una dinamica linguistica che, nel microcosmo del mio paesino, implicava anche una sostanziale differenza di genere connessa con la scelta della lingua con cui esprimersi quotidianamente.<br \/>\nGli amici maschi continuano ancora oggi ad utilizzare il dialetto sempre, come linguaggio di gruppo, radicato come segno di appartenenza, che \u00e8 quasi una scelta simbolica; per le ragazze invece \u00e8 molto diverso: una ragazza che utilizza il dialetto finisce spesso con l\u2019essere tacciata come rozza, volgare, poco femminile.<br \/>\nSempre mio padre, in proposito, mi ha detto \u201cforse i ragazzi parlano dialetto perch\u00e9 \u00e8 una lingua che fa duro chi la parla. E poi noi abbiamo una pronuncia molto stretta, con l\u2019italiano rasentiamo quasi il ridicolo\u201d.<br \/>\nNel mio paese il dialetto vive nelle voci adulte, ma \u00e8 una lingua che sa cambiare volto a seconda di chi la indossa, sulle sue sillabe si impianta una divisione di ruoli antica. Sulle bocche degli uomini si fa ruvida, tagliente, quasi una corazza; sulle bocche delle donne sembra richiedere una misura pi\u00f9 lieve.<br \/>\nSi tramanda il dialetto come forma linguistica di appartenenza prevalentemente maschile, una lingua che veicola significati di praticit\u00e0, immediatezza ed ha una connotazione di forza e durezza. Una scorza dura che tramanda una storia di fatiche contadine, che descrive il sentimento nella sua naturalit\u00e0.<br \/>\nL\u2019italiano \u00e8 una lingua lontana, che presenta grandi ventagli di possibilit\u00e0, imbarazza nella sua pretesa correttezza: nella lingua di casa non c\u2019\u00e8 spazio per i fronzoli grammaticali.<\/p>\n<p>Risuonano profondamente alcuni versi di un poeta centenario, <strong>Ciccio Longo<\/strong>, in una raccolta di <em>Ricordi<\/em> in vernacolo corsanese: \u201c<em>E lu linguaggiu nosciu non \u00e8 &#8216;nticu?\/ Perc\u00e9 nui lu miscamu all&#8217;italianu?\/ Insomma, pe lu sangu deu namicu,\/ \u2018cci ne succede a nui de Cursanu?\u201d<\/em>. In quelle rime, c\u2019\u00e8 la nostalgia di una lingua che teme di perdere s\u00e9 stessa, vibra la paura di un uomo che vede il suo orizzonte svanire. Perderla significa perdere il ritmo dei gesti quotidiani, le storie sussurrate nelle cucine, le preghiere antiche. \u00c8 rinunciare a una patria interiore di complici silenzi e memorie che nessuna venatura di italiano saprebbe mai restituire.<br \/>\n<em>\u201cTanimu lu dialettu pe\u2019 dialettu,\/ sen\u00f2 fra qualche annu, qua a Cursanu,\/ se cunta n\u2019otra lingua, l\u2019italiettu\u201d.<br \/>\n<\/em>Per quanto riguarda me, l\u2019italiano \u00e8 stata dunque da sempre la mia lingua privilegiata di comunicazione: ho sempre parlato in italiano con i miei pari, scegliendo il dialetto soltanto in situazioni linguistiche in cui desideravo comunicare comicit\u00e0, ironia o rabbia.<br \/>\nA scuola, l\u2019italiano era la lingua delle regole, dell\u2019autorit\u00e0, del dovere, della correttezza e neutralit\u00e0 espressiva: il dialetto era alquanto malvisto durante la lezione, bench\u00e9 occasionalmente fuoriuscisse tra i compagni di classe. Rimaneva una presenza invisibile e fantasmatica, finiva con l\u2019essere totalmente ignorato: non esisteva nello spazio ufficiale della scuola.<br \/>\nIl liceo \u00e8 stato determinante, in quanto ho iniziato a sforzarmi, giorno dopo giorno, ad arricchire il mio lessico e la mia dialettica, tentando di distanziarmi sempre di pi\u00f9 dal contesto linguistico dialettale a cui appartenevo.<br \/>\nPer questo motivo, l\u2019universit\u00e0 ha rappresentato un momento di iniziale totale allontanamento dalle mie origini linguistiche: pi\u00f9 volte mi sono sorpresa a sforzarmi di coprire e nascondere in ogni modo la mia pronuncia salentina, costringendomi a tenere a freno ogni piccolo scivolamento nel dialetto, tentando di scandire ogni parola. Lo facevo con una punta di orgoglio, come se la mia capacit\u00e0 di nascondere la mia provenienza dimostrasse cultura, emancipazione, intelligenza, ma ci\u00f2 non escludeva un po\u2019 di vergogna, perch\u00e9 in una simile auto-coercizione, rinnegavo me stessa, la mia terra, un Sud che si porta dietro incommensurabili pregiudizi, stigmi di arretratezza, che semmai ad oggi lotterei per smentire a testa alta.<\/p>\n<p>Posso dire adesso che la mia voce la trovo e la ritrover\u00f2 continuamente proprio in quella tensione tra il desiderio di accrescersi e di elevarsi e il senso di appartenenza a una terra che non voglio pi\u00f9 rinnegare o cancellare: in quelle parole che sono carezze, battute, abbracci della mia infanzia, il mio dialetto fa parte della mia storia linguistica, cos\u00ec come della mia storia umana.<\/p>\n<p><strong><em>Giorgia Orlando<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono nata in Puglia nel 2001 e sono cresciuta a Corsano, un piccolo paesino di cinquemila abitanti in provincia di Lecce, nel sud del Salento. 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