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La comunicazione come forma di cura

martedì, Gennaio 13th, 2026

La malattia è un evento che irrompe nella vita di una persona fermando il tempo e frammentandone tutte le dimensioni, compresa la progettualità. È una crisi che necessita di una serie di adattamenti continui. Tutto sembra distrutto: progetti, sogni, desideri, speranze. E il dolore diventa totale perché coinvolge l’aspetto fisico, l’aspetto psicologico e quello relazionale.

Affrontare una diagnosi di tumore richiede la messa in campo di tante risorse: della persona che si ammala, dei familiari o caregivers, del personale sanitario. La comunicazione assume un ruolo importante e decisivo in quanto va a toccare le emozioni profonde del paziente oncologico e di chi gli sta accanto. In questi momenti, non si parla solo di cellule impazzite, terapie o prognosi. Si parla di vite che cambiano, di equilibri che si rompono.

Le parole e i gesti acquistano un potere enorme: possono ferire o guarire, possono creare distanza o vicinanza. Ecco perché la comunicazione, quando è autentica, diventa una vera forma di cura.

Per un medico, un’infermiera, un familiare o un amico, comunicare con una persona che ha ricevuto una diagnosi oncologica non è mai semplice. La tentazione di evitare l’argomento, di “non dire troppo”, o al contrario di invadere lo spazio dell’altro con un eccesso di consigli o rassicurazioni, è comprensibile. Ma la comunicazione, se usata con consapevolezza, può diventare un vero strumento di cura.

Una comunicazione efficace migliora l’aderenza terapeutica, riduce l’ansia e accresce la fiducia nei confronti del personale sanitario (Istituto Nazionale del Cancro degli Stati Uniti, Epstein & Street, 2007). Un approccio empatico, rispettoso e centrato sul paziente favorisce un migliore adattamento alla malattia e perfino una migliore qualità della vita.

Comunicare bene non significa solo “dire cose giuste”, ma costruire un legame. Questo vale per i professionisti della salute, ma anche per i familiari e gli amici. Ciò che conta davvero non è avere una risposta pronta, ma essere presenti, autentici e disposti ad ascoltare.

La relazione è al centro di tutto. Chi sta accanto a una persona malata spesso si trova in un territorio sconosciuto. Il desiderio di “dire la cosa giusta” può trasformarsi in frasi di circostanza o, peggio, in negazione del dolore dell’altro: “Non pensarci”, “Andrà tutto bene”, “Devi essere forte”. Ma chi vive una malattia oncologica ha bisogno, più che di ottimismo forzato, di autenticità. A volte è sufficiente un semplice: “Sono qui per te. Vuoi parlarne?”.

Essere presenti non significa avere tutte le risposte, ma esserci con ascolto e rispetto. Evitare la tentazione di “curare” le emozioni altrui è spesso il gesto più terapeutico. Anche il silenzio, se pieno di presenza, può essere potente. In certi momenti, le parole non servono. Serve solo esserci, con uno sguardo, una carezza, un respiro condiviso.

L’empatia, in oncologia e non solo, è una delle risorse più preziose. Essere empatici significa essere capaci di sentire con l’altro, senza giudicarlo né volerlo cambiare. Non significa identificarsi con il dolore dell’altro, ma riconoscerlo e accoglierlo. I pazienti lo percepiscono: si sentono visti, ascoltati, non più soli. E anche i familiari, spesso in balia di emozioni contrastanti, traggono beneficio da relazioni in cui possono esprimere paure e fragilità senza sentirsi giudicati.

Solo una sana comunicazione aiuterà la famiglia a dare un senso a questa nuova e difficile condizione che si sta vivendo, a superare questo disagio e a potersi riscoprire come risorsa imprescindibile, come contenitore all’interno del quale è possibile “parlare”, “ricaricarsi”, “piangere”, “ridere”, “ricordare”.

La cosa più preziosa che la famiglia e il paziente possono offrirsi reciprocamente è la disponibilità ad affrontare questa prova insieme.

In un contesto complesso come quello oncologico, comunicare bene è dunque una necessità, un gesto di cura profonda. Ogni parola può diventare un ponte, ogni gesto una medicina. Prendersi cura non è solo prescrivere o assistere. È anche, e forse soprattutto, saper essere presenti con autenticità.

Dott.ssa Adalgisa Bisanti