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I MIEI PRIMI 103 ANNI…INCONTRO CON LA VERA SAGGEZZA

venerdì, Gennaio 9th, 2026

Iniziare a lavorare a sette anni e continuare a farlo ininterrottamente fino ai novantacinque…Passare la soglia dei cento ed arrivare ai 103 conservando la mente lucida e lo stesso carattere forte, temprato dalle dure esperienze della vita… È raro, ma non impossibile. La nostra compaesana Lucia Longo è un esempio per tutti noi e tutte noi.
Una vita non facile, una tenacia inaspettata ed una tempra straordinaria, in un corpo minuto e fragile. Lucia ci accoglie in casa con garbo e compostezza austeri, risponde alle domande con una presenza di spirito invidiabile. La voce rotta solo al ricordo della figlia scomparsa e del ritorno del suo uomo dalla prigionia in Russia, la vigilia di un Natale. Non so quanti e quante di noi avrebbero retto con simile forza d’animo a tutte le traversie che hanno investito la sua vita.
Voglio ringraziarla personalmente in questa introduzione, per non scrivere nulla a conclusione dell’intervista, in modo da lasciarvi con le sue parole. A me resterà sempre il ricordo [nell’etimologia autentica di richiamare(re) al cuore(cor)]  della donna forte e fragile che ho intervistato.
Grazie, Lucia!

Come ti piace presentarti?
Semplicemente: mi chiamo Lucia Longo e sono nata a Corsano il 30 ottobre del 1922.

Ci racconti qualcosa della tua famiglia di origine?
Ho perso il papà all’età di 4 anni, lui ne aveva solo 33 . Anche la mia mamma è morta piuttosto giovane, quando aveva 53 anni, per cui sono cresciuta dapprima senza il papà e poi senza la mamma. Siccome a quell’epoca la vita era dura, dato che non c’erano aiuti economici sociali, ho dovuto cominciare a lavorare fin da quando ero piccola. Lavoravo nelle campagne della famiglia Biasco di Corsano. Ho lavorato sempre, prima sotto padrone, poi nella mia campagna, fino ai 95 anni. Sapevo fare tutti i lavori e li facevo con impegno, pur portando avanti la famiglia.

Fino a che età sei andata a scuola?
A scuola non sono potuta andare, perché già a sette anni lavoravo in campagna, ma poi ho fatto tanti sacrifici perché i miei figli avessero la possibilità di studiare, se avessero voluto.

A che età ti sei sposata?
Mi sono sposata a 24 anni, appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il mio fidanzato è tornato dalla prigionia in Russia, senza che avesse mai potuto dare sue notizie per tre lunghi e difficili anni.

Una zia sosteneva che era sicuramente morto, che avrei potuto dirgli una messa, ma io ero convinta che fosse vivo. Ogni notte vedevo il Sacro Cuore di Gesù, con le lettere del mio fidanzato, e questo mi dava forza e coraggio. E quando lui tornò, io con i miei risparmi feci celebrare una messa di ringraziamento. Era la vigilia di Natale.

Che differenza noti tra il modo in cui hai educato i tuoi figli e il modo in cui oggi i genitori educano i propri?
I miei figli li ho educati come è piaciuto a me e a mio marito, sempre con tanti sacrifici. Ho lavorato perché avessero la possibilità di studiare. Una delle mie figlie, Donata, ha studiato ed è diventata maestra di scuola elementare. Biagio ha fatto la scuola di tornitore e poi è emigrato in Svizzera. Gli altri hanno scelto di lavorare subito, ma tutti sono stati egualmente onesti e bravi lavoratori. Oggi la vita è diversa e anche l’educazione che viene data è diversa.

Qual è stato il momento più difficile della tua vita?
Ci sono stati tanti momenti difficili, a partire dalla perdita del mio papà. Mia madre in seguito si è risposata, perché era rimasta vedova con tre figli piccoli, di cui uno nato poco prima della morte di mio padre… e la vita era davvero difficile.

C’è un ricordo particolarmente felice che ti viene in mente spesso?
I ricordi più belli sono legati alla mia famiglia e ai miei figli, che ho visto crescere ubbidienti e lavoratori. Ai nipoti che ho cresciuto per aiutare i miei figli impegnati nel lavoro. Sono contenta perché ho fatto quello che ho potuto.

Che emozione hai provato quando hai festeggiato i 100 anni?
Sono stata molto contenta, ho festeggiato al ristorante con i figli, i nipoti, i pronipoti e qualche vicino di casa. Dopo i 100 abbiamo festeggiato gli altri compleanni a casa.

C’è stato qualcosa di inaspettato nella tua vita?
Di inaspettato c’è stato il ritorno di mio marito dalla prigionia in Russia, durata tre anni. Nessuno si aspettava che sarebbe ritornato, ma io non avevo mai perso la speranza. Poi, quando nessuno ci credeva, arrivò una lettera che lui aveva affidato un uomo di Presicce, certo Rocco Fersini, perché la facesse avere alla sua famiglia. Mio marito, mentre tornava dalla Russia (dopo tre mesi trascorsi in treno), dovette essere ricoverato per alcuni mesi in un ospedale a Merano, ma riuscì a farci arrivare una lettera e da allora lo abbiamo aspettato col cuore un po’ più leggero.  A distanza di molti anni si è rivisto con un altro prigioniero che era stato con lui. Era un tedesco, lui è andato in Germania a trovarlo e la gioia nel rivedersi è stata grandissima.

Ma veniamo a oggi. Come passi le tue giornate?
Fino ai 95 anni andavo tutti i giorni in campagna. Ho continuato ad andarci anche dopo, ma solo per dare un’occhiata o innaffiare gli alberi. Mi sveglio molto presto, anche perché dormo molto poco, così recito le preghiere. In casa svolgo ancora qualche faccenda: rifaccio i letti, spolvero, insomma quello che mi lasciano ancora fare. Tutto fino all’ora di pranzo. Poi mi riposo un po’ e nel pomeriggio mi siedo in poltrona. Ceno presto. La televisione la guardo poco, ma mi piace molto il programma serale del gioco dei pacchi.

Ci sono cose che ti mancano del passato?
Del passato mi mancano soprattutto gli affetti di coloro che non ci sono più, soprattutto mia figlia che è scomparsa prematuramente. Però ringrazio Dio di come sto.

Dopo la tua lunga esperienza di donna e di madre, c’è un consiglio che daresti ai giovani di oggi?
Purtroppo nella vita ci sono sempre pericoli. I giovani non sono più come quelli di una volta. Prima si era concentrati nel lavoro perché bisognava guadagnarsi duramente il pane. Oggi è diverso, ma devono stare attenti, perché di pericoli ce ne sono tanti.

Cosa hai imparato vivendo così a lungo?
Tutte le esperienze mi hanno insegnato tanto. Sono stata sempre molto vicina alla Chiesa. Non ho perso una messa, un funerale, nonostante gli impegni del lavoro e della famiglia. Finchè sono stata in grado di farlo, ho impegnato tutte le mattine del sabato a svolgere attività di cura e pulizia anche dei luoghi sacri. Ho perfino lasciato da parte altri impegni per svolgere quest’attività, che ritenevo e ritengo importante.

Lucia, salutaci dicendo quali sono le cose davvero importanti nella vita.
Sono importanti la famiglia, la fede, il lavoro. Ho insegnato queste cose anche ai miei figli e loro mi hanno dato soddisfazione anche in questo.

Concettina Licchetta

DENATALITÀ: DAL VILLAGGIO GLOBALE AL “VILLAGGIO LOCALE”

venerdì, Gennaio 19th, 2024

“Facciamo un figlio?” Oggi la risposta è sempre più spesso “no”. Oppure “forse”. O “non adesso”.
Siamo passati dal baby-boom degli anni Sessanta al no-baby dell’era moderna.

Tra il 1968 e il 1974 il tasso di fecondità nel nostro Paese era di 2,49 bambini per coppia, ora è all’1,2, i livelli peggiori d’Europa. Secondo stime Ocse, pubblicate prima della pandemia, l’Italia è tra i Paesi sviluppati che più rischiano di trovarsi a metà secolo con un rapporto 1 a 1 tra lavoratori e pensionati. L’indice di mortalità è rimasto costante ed è tornata la necessità (a volte anche la voglia) di andare altrove a cercare un futuro ed un presente migliori, soprattutto dal punto di vista occupazionale.

Dal rapporto giovani 2020 dell’Istituto Toniolo, si evince che, in Italia, tra le donne di età 30-34 anni, il 20% non vuole figli e un 30% non esclude la possibilità di averli ma pensa che si sentirebbe realizzata anche senza. Sta di fatto che dal 2008 al 2018 le nascite si sono ridotte del 23% su scala nazionale.

La verità è che siamo la nazione con la fecondità più bassa d’Europa e un numero di donne in età riproduttiva sempre minore. Abbiamo le più alte percentuali di giovani che non lavorano e non studiano e i più bassi tassi di occupazione delle donne con figli. Troppi giovani non hanno un reddito sufficiente e stabile per costruire una famiglia. Così vanno altrove… e chi resta posticipa l’età di arrivo del primo figlio (questo ritardo si traduce in una fertilità più bassa). Se poi ci si trova in difficoltà a combinare vita famiglia e lavoro, difficilmente si pianificheranno altre nascite.

Solo l’aggiunta dei figli di migranti ha ridotto la perdita della popolazione, sebbene il fenomeno della denatalità abbia raggiunto anche le donne straniere, che rispetto agli anni passati fanno meno figli.

Questo il quadro sconfortante di un’Italia sempre meno giovane!

Ma se l’Italia se la passa male, anche in rapporto al resto dell’Europa, il Salento e la nostra stessa Corsano non se la passano meglio! Se l’Italia piange, il Salento non ride…

Il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione non sono solo visibili empiricamente, ma sono anche documentati. I dati relativi al 2022 attestano che il Salento si pone al terzo posto in Puglia per decremento di nascite. I paesi salentini si spopolano, tante abitazioni restano vuote, alcune addirittura in stato di palese abbandono.

La scuola è tra le prime agenzie che ha risentito e risente del fenomeno, visto che è la prima istituzione a fare i conti col calo delle nascite, calo che in questi ultimi anni si ravvisa anche nelle Università.

Posso testimoniare in prima persona sullo spopolamento della scuola, dato il mio decennale lavoro all’interno della stessa. Ricordo che negli anni 80/90 le classi erano quattro per anno di nascita degli alunni, poi sono diventate tre, fino ad attestarsi alle attuali due per anno di leva.

La curva demografica sta calando da alcuni decenni, ma dal 2000 pare abbia assunto una tendenza irreversibile verso il basso anche nel nostro paese.

La mia ricerca presso l’ufficio dell’Anagrafe (gentilmente supportata dal personale, che sentitamente ringrazio per la disponibilità) ha dato i seguenti esiti, riassunti come media matematica per decennio al fine di non tediare i lettori:

  • Dal 1980 al 1989 media di nascite per anno: 61,4;
  • Dal 1990 al 1999 medi di nascite per anno: 61,6;
  • Dal 2000 al 2009 media di nascite per anno: 48;
  • Dal 2010 al 2019 media di nascite per anno: 43.

Dal 2020 la tendenza registra addirittura una media di 40 nascite per anno.

L’istogramma dimostra la tendenza al ribasso in modo più chiaro ed immediato.

Non staremo qui ad indagare le cause della decrescita corsanese, anche perché sono le stesse, sia economiche che antropologiche, descritte per il panorama nazionale.

Piuttosto, forse è il caso di riflettere sulle soluzioni possibili affinché il trend, se non può essere invertito, possa quanto meno restare stabile.

La sfida demografica è una delle priorità dell’agenda dell’Unione europea, insieme alla questione climatica e alla transizione digitale. 

Le soluzioni individuate a livello europeo riguardano il sostegno al reddito delle famiglie, le detrazioni fiscali per i figli a carico, l’incremento degli asili nido e il congedo parentale a carico delle istituzioni. Non ultima anche una politica di sana e autentica integrazione di risorse straniere.

Anche l’aumento del telelavoro potrebbe, a mio parere, essere un fattore positivo per le aree più periferiche (e sarebbe anche il caso nostro): permettendo alle giovani figure professioniste di rimanere nei luoghi di origine e contribuire in tal modo alla riduzione dello spopolamento.

Tuttavia io non sono un’esperta di demografia né di economia, non mi compete suggerire soluzioni. Mi sono limitata ad analizzare il fenomeno del cosiddetto “inverno demografico”. Del resto prendere consapevolezza di un problema e analizzarlo, penso sia già un primo passo.

Per il resto lascio agli esperti il compito di trovare, quanto prima, le soluzioni adeguate…e chissà che non riescano a farlo proprio quei giovani che sono già andati via (o meditano di farlo) in cerca di migliori opportunità.

Concettina Licchetta