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LA LINGUA DEL SANGUE

domenica, Gennaio 11th, 2026

Sono nata in Puglia nel 2001 e sono cresciuta a Corsano, un piccolo paesino di cinquemila abitanti in provincia di Lecce, nel sud del Salento.

I miei genitori sono entrambi pugliesi, nati e cresciuti nello stesso paese della provincia, e tra di loro hanno sempre parlato dialetto, fin dalla giovinezza: mia madre spesso mi racconta di come il dialetto sia stata anche la lingua dei loro primissimi appuntamenti, una lingua sentita come espressiva e senza fronzoli, fatta anche di gesti e intonazioni, adatta ad esprimere emozioni che passavano in modo diretto, essenziale, ma incisivo. Sentita come lingua dell’immediatezza, così come dell’appartenenza e dell’intimità. Al tempo, l’italiano risultava una lingua quasi estranea, utilizzarla era segno di distacco dalla comunità, risultava scomoda e quasi imbarazzante parlarla nel quotidiano, come un vestito troppo elegante.

Utilizzavano il dialetto con naturalezza con i fratelli, con gli amici, nelle conversazioni quotidiane con la famiglia. Era per loro, la lingua della vita vera, quella che li legava al loro mondo, alla loro terra, alla loro identità. Come dice mio padre, “è una lingua tosta, ancestrale, viene dal profondo” e, come in un melodramma, porta tutto sulla superficie, “per esempio, quando ne stizzamu in dialetto, esce il peggio di noi”. Simpaticamente, in questa frase trovo una grande verità: nel dialetto si libera qualcosa di primordiale, di istintivo. È una lingua di rabbia, di passioni, di amore spontaneo.
Nonostante abbiano correttamente appreso l’italiano nei loro percorsi scolastici e universitari, trovo molto commovente il fatto che continuino a conservarlo nella loro quotidianità, nello scherzo e nel litigio, in un legame viscerale con una lingua che sa raccontare una storia di appartenenza.
I miei nonni materni hanno sempre parlato tra loro esclusivamente in dialetto.
Hanno appreso l’italiano come competenza passiva, in particolare mio nonno che, per ragioni lavorative, si è trasferito per molti anni in Svizzera. Quando ero piccola, soprattutto mia nonna, rivolgendosi a me e a mio fratello, si sforzava di utilizzare un italiano semplice, che non percepiva però come naturale. Le parole fuggivano, slittavano verso il dialetto e tutto diventava più vero, più intimo. Nel dialetto trovavano la loro autenticità.
I miei nonni paterni, invece, avevano un rapporto differente con la lingua: nonostante abbiano sempre parlato dialetto in contesti intimi, familiari e quotidiani, hanno tuttavia svolto delle professioni che li hanno portati all’utilizzo attivo dell’italiano.

Mio nonno era un commerciante e, nell’interfacciarsi con i fornitori, ha imparato ad utilizzarlo attivamente; mia nonna era un’insegnante alle elementari e teneva molto all’utilizzo di un italiano corretto, che tentava di impartire anche ai suoi figli, innescando inevitabili lotte di ribellione.
Il dialetto che conosco è anche marca di differenziazione, ogni paese, anche a pochi minuti di distanza, ne custodisce la propria sfumatura.
Mio zio ama raccontare un ricordo di gioventù, quando al suo dire “se vide all’osimo” (orizzonte), gli amici scoppiarono a ridere perché non conoscevano una parola dialettale in uso a Gagliano. A distanza di pochi chilometri, ciò che per alcuni era orizzonte, per altri restava mistero.

Leggendarie le gaffe del presidente Filograna della Filanto: in un’intervista raccontò “e… poi abbiamo andati in ritiro”. Il giornalista lo corresse “Presidente, siamo andati in ritiro”. E lui, senza scomporsi “Perché? C’era anche lei?”.
E sempre a proposito di scarpe, è esilarante la frase nel tema di un alunno della scuola elementare di qualche decennio fa: “le mie sorelle fanno le zoccole a Casarano”, libera traduzione delle calzature in legno.
Per quanto riguarda la scelta linguistica della mia famiglia nei confronti di me e di mio fratello fu comunque sempre l’italiano, con un dialetto che apprendevamo sotterraneamente ascoltando i loro discorsi: l’italiano era la lingua del futuro, di una cultura nuova, di porte aperte.
Generalmente, tutta quanta la famiglia era molto attenta alla corretta espressione, al corretto utilizzo del lessico e del linguaggio nei confronti di noi figli: ogni tipo di espressione dialettale, soprattutto in presenza di altri adulti, era vietata.
Ricordo molto bene un episodio che ha segnato la mia percezione del dialetto: ero molto piccola e in occasione di una festa estiva con i miei genitori, mio fratello proferì con orgoglio qualche parola in dialetto alla presenza di tutti. I miei genitori, tornati a casa, lo rimproverarono con una frase che ancora ricordo molto bene, che tante volte mi è stata ripetuta nelle fasi di crescita: “il dialetto bisogna saperlo, ma è bene non parlarlo”. Imparai ben presto quanto una lingua potesse essere veicolo di affetto, familiarità, ricordi, ma al contempo anche di giudizio, di confine.

Nel confronto coi pari, presto mi sono trovata a misurarmi con una dinamica linguistica che, nel microcosmo del mio paesino, implicava anche una sostanziale differenza di genere connessa con la scelta della lingua con cui esprimersi quotidianamente.
Gli amici maschi continuano ancora oggi ad utilizzare il dialetto sempre, come linguaggio di gruppo, radicato come segno di appartenenza, che è quasi una scelta simbolica; per le ragazze invece è molto diverso: una ragazza che utilizza il dialetto finisce spesso con l’essere tacciata come rozza, volgare, poco femminile.
Sempre mio padre, in proposito, mi ha detto “forse i ragazzi parlano dialetto perché è una lingua che fa duro chi la parla. E poi noi abbiamo una pronuncia molto stretta, con l’italiano rasentiamo quasi il ridicolo”.
Nel mio paese il dialetto vive nelle voci adulte, ma è una lingua che sa cambiare volto a seconda di chi la indossa, sulle sue sillabe si impianta una divisione di ruoli antica. Sulle bocche degli uomini si fa ruvida, tagliente, quasi una corazza; sulle bocche delle donne sembra richiedere una misura più lieve.
Si tramanda il dialetto come forma linguistica di appartenenza prevalentemente maschile, una lingua che veicola significati di praticità, immediatezza ed ha una connotazione di forza e durezza. Una scorza dura che tramanda una storia di fatiche contadine, che descrive il sentimento nella sua naturalità.
L’italiano è una lingua lontana, che presenta grandi ventagli di possibilità, imbarazza nella sua pretesa correttezza: nella lingua di casa non c’è spazio per i fronzoli grammaticali.

Risuonano profondamente alcuni versi di un poeta centenario, Ciccio Longo, in una raccolta di Ricordi in vernacolo corsanese: “E lu linguaggiu nosciu non è ‘nticu?/ Percé nui lu miscamu all’italianu?/ Insomma, pe lu sangu deu namicu,/ ‘cci ne succede a nui de Cursanu?”. In quelle rime, c’è la nostalgia di una lingua che teme di perdere sé stessa, vibra la paura di un uomo che vede il suo orizzonte svanire. Perderla significa perdere il ritmo dei gesti quotidiani, le storie sussurrate nelle cucine, le preghiere antiche. È rinunciare a una patria interiore di complici silenzi e memorie che nessuna venatura di italiano saprebbe mai restituire.
“Tanimu lu dialettu pe’ dialettu,/ senò fra qualche annu, qua a Cursanu,/ se cunta n’otra lingua, l’italiettu”.
Per quanto riguarda me, l’italiano è stata dunque da sempre la mia lingua privilegiata di comunicazione: ho sempre parlato in italiano con i miei pari, scegliendo il dialetto soltanto in situazioni linguistiche in cui desideravo comunicare comicità, ironia o rabbia.
A scuola, l’italiano era la lingua delle regole, dell’autorità, del dovere, della correttezza e neutralità espressiva: il dialetto era alquanto malvisto durante la lezione, benché occasionalmente fuoriuscisse tra i compagni di classe. Rimaneva una presenza invisibile e fantasmatica, finiva con l’essere totalmente ignorato: non esisteva nello spazio ufficiale della scuola.
Il liceo è stato determinante, in quanto ho iniziato a sforzarmi, giorno dopo giorno, ad arricchire il mio lessico e la mia dialettica, tentando di distanziarmi sempre di più dal contesto linguistico dialettale a cui appartenevo.
Per questo motivo, l’università ha rappresentato un momento di iniziale totale allontanamento dalle mie origini linguistiche: più volte mi sono sorpresa a sforzarmi di coprire e nascondere in ogni modo la mia pronuncia salentina, costringendomi a tenere a freno ogni piccolo scivolamento nel dialetto, tentando di scandire ogni parola. Lo facevo con una punta di orgoglio, come se la mia capacità di nascondere la mia provenienza dimostrasse cultura, emancipazione, intelligenza, ma ciò non escludeva un po’ di vergogna, perché in una simile auto-coercizione, rinnegavo me stessa, la mia terra, un Sud che si porta dietro incommensurabili pregiudizi, stigmi di arretratezza, che semmai ad oggi lotterei per smentire a testa alta.

Posso dire adesso che la mia voce la trovo e la ritroverò continuamente proprio in quella tensione tra il desiderio di accrescersi e di elevarsi e il senso di appartenenza a una terra che non voglio più rinnegare o cancellare: in quelle parole che sono carezze, battute, abbracci della mia infanzia, il mio dialetto fa parte della mia storia linguistica, così come della mia storia umana.

Giorgia Orlando

I MIEI PRIMI 103 ANNI…INCONTRO CON LA VERA SAGGEZZA

venerdì, Gennaio 9th, 2026

Iniziare a lavorare a sette anni e continuare a farlo ininterrottamente fino ai novantacinque…Passare la soglia dei cento ed arrivare ai 103 conservando la mente lucida e lo stesso carattere forte, temprato dalle dure esperienze della vita… È raro, ma non impossibile. La nostra compaesana Lucia Longo è un esempio per tutti noi e tutte noi.
Una vita non facile, una tenacia inaspettata ed una tempra straordinaria, in un corpo minuto e fragile. Lucia ci accoglie in casa con garbo e compostezza austeri, risponde alle domande con una presenza di spirito invidiabile. La voce rotta solo al ricordo della figlia scomparsa e del ritorno del suo uomo dalla prigionia in Russia, la vigilia di un Natale. Non so quanti e quante di noi avrebbero retto con simile forza d’animo a tutte le traversie che hanno investito la sua vita.
Voglio ringraziarla personalmente in questa introduzione, per non scrivere nulla a conclusione dell’intervista, in modo da lasciarvi con le sue parole. A me resterà sempre il ricordo [nell’etimologia autentica di richiamare(re) al cuore(cor)]  della donna forte e fragile che ho intervistato.
Grazie, Lucia!

Come ti piace presentarti?
Semplicemente: mi chiamo Lucia Longo e sono nata a Corsano il 30 ottobre del 1922.

Ci racconti qualcosa della tua famiglia di origine?
Ho perso il papà all’età di 4 anni, lui ne aveva solo 33 . Anche la mia mamma è morta piuttosto giovane, quando aveva 53 anni, per cui sono cresciuta dapprima senza il papà e poi senza la mamma. Siccome a quell’epoca la vita era dura, dato che non c’erano aiuti economici sociali, ho dovuto cominciare a lavorare fin da quando ero piccola. Lavoravo nelle campagne della famiglia Biasco di Corsano. Ho lavorato sempre, prima sotto padrone, poi nella mia campagna, fino ai 95 anni. Sapevo fare tutti i lavori e li facevo con impegno, pur portando avanti la famiglia.

Fino a che età sei andata a scuola?
A scuola non sono potuta andare, perché già a sette anni lavoravo in campagna, ma poi ho fatto tanti sacrifici perché i miei figli avessero la possibilità di studiare, se avessero voluto.

A che età ti sei sposata?
Mi sono sposata a 24 anni, appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il mio fidanzato è tornato dalla prigionia in Russia, senza che avesse mai potuto dare sue notizie per tre lunghi e difficili anni.

Una zia sosteneva che era sicuramente morto, che avrei potuto dirgli una messa, ma io ero convinta che fosse vivo. Ogni notte vedevo il Sacro Cuore di Gesù, con le lettere del mio fidanzato, e questo mi dava forza e coraggio. E quando lui tornò, io con i miei risparmi feci celebrare una messa di ringraziamento. Era la vigilia di Natale.

Che differenza noti tra il modo in cui hai educato i tuoi figli e il modo in cui oggi i genitori educano i propri?
I miei figli li ho educati come è piaciuto a me e a mio marito, sempre con tanti sacrifici. Ho lavorato perché avessero la possibilità di studiare. Una delle mie figlie, Donata, ha studiato ed è diventata maestra di scuola elementare. Biagio ha fatto la scuola di tornitore e poi è emigrato in Svizzera. Gli altri hanno scelto di lavorare subito, ma tutti sono stati egualmente onesti e bravi lavoratori. Oggi la vita è diversa e anche l’educazione che viene data è diversa.

Qual è stato il momento più difficile della tua vita?
Ci sono stati tanti momenti difficili, a partire dalla perdita del mio papà. Mia madre in seguito si è risposata, perché era rimasta vedova con tre figli piccoli, di cui uno nato poco prima della morte di mio padre… e la vita era davvero difficile.

C’è un ricordo particolarmente felice che ti viene in mente spesso?
I ricordi più belli sono legati alla mia famiglia e ai miei figli, che ho visto crescere ubbidienti e lavoratori. Ai nipoti che ho cresciuto per aiutare i miei figli impegnati nel lavoro. Sono contenta perché ho fatto quello che ho potuto.

Che emozione hai provato quando hai festeggiato i 100 anni?
Sono stata molto contenta, ho festeggiato al ristorante con i figli, i nipoti, i pronipoti e qualche vicino di casa. Dopo i 100 abbiamo festeggiato gli altri compleanni a casa.

C’è stato qualcosa di inaspettato nella tua vita?
Di inaspettato c’è stato il ritorno di mio marito dalla prigionia in Russia, durata tre anni. Nessuno si aspettava che sarebbe ritornato, ma io non avevo mai perso la speranza. Poi, quando nessuno ci credeva, arrivò una lettera che lui aveva affidato un uomo di Presicce, certo Rocco Fersini, perché la facesse avere alla sua famiglia. Mio marito, mentre tornava dalla Russia (dopo tre mesi trascorsi in treno), dovette essere ricoverato per alcuni mesi in un ospedale a Merano, ma riuscì a farci arrivare una lettera e da allora lo abbiamo aspettato col cuore un po’ più leggero.  A distanza di molti anni si è rivisto con un altro prigioniero che era stato con lui. Era un tedesco, lui è andato in Germania a trovarlo e la gioia nel rivedersi è stata grandissima.

Ma veniamo a oggi. Come passi le tue giornate?
Fino ai 95 anni andavo tutti i giorni in campagna. Ho continuato ad andarci anche dopo, ma solo per dare un’occhiata o innaffiare gli alberi. Mi sveglio molto presto, anche perché dormo molto poco, così recito le preghiere. In casa svolgo ancora qualche faccenda: rifaccio i letti, spolvero, insomma quello che mi lasciano ancora fare. Tutto fino all’ora di pranzo. Poi mi riposo un po’ e nel pomeriggio mi siedo in poltrona. Ceno presto. La televisione la guardo poco, ma mi piace molto il programma serale del gioco dei pacchi.

Ci sono cose che ti mancano del passato?
Del passato mi mancano soprattutto gli affetti di coloro che non ci sono più, soprattutto mia figlia che è scomparsa prematuramente. Però ringrazio Dio di come sto.

Dopo la tua lunga esperienza di donna e di madre, c’è un consiglio che daresti ai giovani di oggi?
Purtroppo nella vita ci sono sempre pericoli. I giovani non sono più come quelli di una volta. Prima si era concentrati nel lavoro perché bisognava guadagnarsi duramente il pane. Oggi è diverso, ma devono stare attenti, perché di pericoli ce ne sono tanti.

Cosa hai imparato vivendo così a lungo?
Tutte le esperienze mi hanno insegnato tanto. Sono stata sempre molto vicina alla Chiesa. Non ho perso una messa, un funerale, nonostante gli impegni del lavoro e della famiglia. Finchè sono stata in grado di farlo, ho impegnato tutte le mattine del sabato a svolgere attività di cura e pulizia anche dei luoghi sacri. Ho perfino lasciato da parte altri impegni per svolgere quest’attività, che ritenevo e ritengo importante.

Lucia, salutaci dicendo quali sono le cose davvero importanti nella vita.
Sono importanti la famiglia, la fede, il lavoro. Ho insegnato queste cose anche ai miei figli e loro mi hanno dato soddisfazione anche in questo.

Concettina Licchetta

COMUNALI: RISULTATO NETTO

venerdì, Gennaio 9th, 2026

La tornata amministrativa di giugno scorso è stata molto particolare perché legata, a doppio filo, all’evento tragico determinatosi nell’ottobre 2024 con la scomparsa improvvisa e traumatica del Sindaco Raona, in carica da pochissimi mesi, da quando era stato eletto con un risultato chiaro e inequivocabile insieme alla lista e ai candidati con i quali si era ripresentato (giugno 2024).

Inevitabilmente, l’ultimo appuntamento elettorale amministrativo dello scorso mese di giugno è stato, in buona parte, determinato dal suddetto evento.

I preparativi della composizione della lista elettorale, poi rivelatasi vincente oltre ogni rosea previsione, si sono mossi lungo le seguenti direttrici: 1.dare continuità al lavoro e all’impostazione amministrativa precedente; 2.candidare, in blocco, tutti i consiglieri uscenti, eletti appena pochi mesi prima; 3.presentarsi con la stessa denominazione della lista; 4.proporre come candidato Sindaco una persona che rappresentasse una continuità con il percorso amministrativo precedente; 5.presentare un programma proiettato sì nel futuro ma in continuità con il lavoro svolto precedentemente.

La lista è stata completata con l’inserimento di altri validi candidati, tra i quali Edoardo Raona che ha rafforzato la dimostrazione, plastica ed evidente, del senso di continuità.

Al completamento della lista è seguito un lungo confronto con tutti i candidati, ognuno dei quali ha dato indicazioni e proposte utili nella formulazione del programma da sottoporre al giudizio degli elettori.

La scelta del candidato Sindaco, dopo un confronto sereno e propositivo è caduta, giustamente, su Francesco Caracciolo che per cinque anni era già stato Vicesindaco ed aveva collaborato lealmente con Raona e che era stato confermato, nello stesso ruolo, dopo le elezioni di giugno 2024.

Ho fatto precedentemente riferimento ad una campagna elettorale particolare e questo si è percepito in modo chiaro: in ogni comizio, in ogni confronto e in ogni discorso aleggiava una presenza “invisibile”. In ogni decisione e in ogni scelta ci si chiedeva cosa avrebbe fatto Raona o cosa avrebbe consigliato lui.

Il risultato è stato netto ma ampiamente prevedibile: si percepiva dall’atteggiamento delle persone che si incontravano le quali dimostravano ampia disponibilità e non prendevano tanto in considerazione le posizioni politiche quanto le considerazioni umane rispetto a chi aveva segnato, in vari modi e con vari ruoli, l’ultimo trentennio della vita politico-amministrativa di Corsano.

Va dato, comunque, ampio merito a Francesco di aver saputo capire e interpretare al meglio il momento e aver proseguito avendo la barra dritta rispetto al percorso che era stato tracciato. Nulla è stato lasciato al caso ma tutto è stato ben programmato e perseguito in sintonia e con unità d’intenti.

Merito ai candidati tutti che si sono proposti in modo convinto e convincente ed hanno dato un contributo importante e decisivo per il successo della lista.

Ora si tratta di organizzarsi al meglio e di lavorare in modo efficiente ed efficace per portare a termine le tante opere in cantiere e progettarne delle altre, secondo il programma presentato agli elettori e nel rispetto delle linee programmatiche già presentate e approvate in Consiglio comunale.

La campagna elettorale si è sviluppata, sostanzialmente, seguendo un percorso di rispetto tra i candidati delle diverse liste. Il distacco con la seconda lista è stato ampio ma a Pierluigi Ciardo e a tutti i componenti della lista va, comunque, riconosciuto “l’onore delle armi”: non era per niente facile fare di più nella situazione data. Una nota finale di plauso va all’immancabile e “immarcescibile” Luigi Russo Tramox che si batte sempre come un leone, con determinazione e brillantezza dialettica. Gli manca solo una cosa ma c’è sempre tempo: il consenso nelle urne!

Voglio, infine, fare un augurio sincero di buon lavoro a tutti gli eletti, di maggioranza e di minoranza, nella convinzione che il progresso di un paese e di una comunità si raggiunga con il contributo fattivo di tutti, nessuno escluso!

Termino ringraziando il direttore e la redazione del giornale per l’ospitalità, con un augurio speciale per il Cinquantenario e facendo sinceri auguri di Buon anno e di Buone Feste a tutti i concittadini!

Biagio Cazzato

CHI ERO, CHI SONO

giovedì, Gennaio 8th, 2026

Mi chiamo “La Voce di Corsano”, sono nata nel 1975, mi hanno tenuta a battesimo Biagio Ciardo e Biagio Caracciolo e insieme a loro e ad altre qualificate firme sono cresciuta nel corso di questi decenni. Il mio Direttore Responsabile è stato Gianni Mastrangelo, poi sostituito nel 2008 da Miriam Ciardo, mentre nel 2020 Antonio Caracciolo si è avvicendato a Biagio Caracciolo nella direzione editoriale.

Ho raggiunto il 50esimo anno di età e il peso degli anni me lo sento per intero, nel senso che ho attraversato circa un ventennio della Prima Repubblica e successivamente sto vivendo gli anni della Seconda Repubblica, con i cambiamenti sociali, economici e culturali che i decenni hanno segnato.

Ho vissuto intensamente la vita corsanese, della quale ho provato a raccontarvi le vicende che la comunità ha attraversato, con le sfumature e i tornanti. Per averne la riprova, basta fare memoria dei volti e dei nomi che ho raccontato e descritto.

Ho visto all’opera i Sindaci che si sono succeduti: Francesco Chiarello, Biagio Russo, Vincenzo Nicolì, Biagio Caracciolo, Biagio Cazzato, Biagio Martella, Biagio Raona e l’attuale Sindaco Francesco Caracciolo.

Alla mia nascita la Parrocchia di Corsano era retta da Don Ernesto Valiani, poi da Don Gerardo Antonazzo, successivamente da Don Gianni Leo e Don Luca De Santis, mentre il Parroco dei nostri giorni è Don William Del Vecchio. La stazione dei carabinieri era retta dal Maresciallo Francesco Leone, oggi è comandata dal Maresciallo Francesco De Nuccio.

Il mio racconto cinquantennale ha registrato e raccontato tutte le sfumature che la cronaca porta con sé. Ho percorso, infatti, il periodo buio degli anni di piombo; ho visto la fine degli anni del boom economico e l’inizio della crisi energetica dovuta all’aumento del prezzo del petrolio; ho illustrato l’ingresso degli elettrodomestici nelle famiglie italiane; ho osservato il percorso delle sonde spaziali VOYAGER aprire il periodo dell’esplorazione del sistema solare. Insomma, ho cercato di descrivere ciò che avveniva sulle nostre teste e davanti ai nostri occhi, con senso critico e senza mai far mancare uno sguardo ironico, ma mai ciarliero.

Non posso non confessarvi che il dato più preoccupante della mia esistenza è stato quello che consegnava una società insanguinata dalla violenza politica che negli anni ’70 (e inizio degli ’80) sembrava poter travolgere l’intero sistema.

Ricordo con grande sofferenza, tra i tanti episodi, la gambizzazione del maestro di giornalismo Idro Montanelli, l’uccisione di magistrati e altri servitori dello Stato, il massacro di vittime innocenti incappate nelle traiettorie assurde del terrorismo, per giungere ad uno degli snodi-simbolo di questa scia di sangue e assurdità ideologica rappresentato dal sequestro e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta. Furono anni tristi e luttuosi che mi auguro non tornino mai più.

Ecco, fu in quel contesto che sono nata e cresciuta, in un clima nel quale c’era chi provava a fornire la propria “chiave” di lettura della realtà e chi rispondeva a colpi di “chiave inglese”. Un periodo in cui era difficile esprimere persino le proprie idee e per farlo bisognava avere molto coraggio e, forse, anche un po’ di incoscienza. Io ho avuto l’uno e l’altra, ecco perché ho proseguito senza sosta, senza interruzioni e senza tentennamenti.

Ed ora eccomi qui, in un’Italia cambiata, completamente diversa rispetto a quando ho iniziato il mio percorso, fortunatamente migliore. Ho saputo interpretare le inquietudini profonde del nostro paese e, dal punto di osservazione del Capo di Leuca, anche della nostra nazione. Ho dato voce a chi voce non aveva, ho scritto la cronaca divenuta storia di Corsano, credendo sempre nelle mie idee forti delle radici occidentali, europee, atlantiche, ma mantenendomi sempre lungo la linea di una corretta informazione.

Il tempo non ha fermato le mie parole, ma ha arricchito il vocabolario della realtà che voglio ancora raccontare. E allora provo a immaginare: quando nel 4053 i nostri giovani vorranno sapere e capire ciò che è avvenuto a Corsano dall’anno della mia nascita in poi, schiacciando il tasto del loro computer – o con qualsiasi altro nome si chiamerà – avranno modo di ricostruire tutte le vicende corsanesi attraverso le mie pagine e i miei scritti.

Oggi al compimento del mio 50esimo anno di vita ho la consapevolezza di quanto è accaduto ma al tempo stesso ho la convinzione di vivere i giorni nostri con una maturità diversa, ricca dell’esperienza passata, ma ferma nei principi e nei valori che mi hanno sempre accompagnato.

Ai cittadini di Corsano, che in questi anni hanno fortemente contribuito a proseguire il mio percorso, con il sostegno economico, ma, principalmente, con l’attenta lettura delle mie pagine, rivolgo un grazie infinito. Alle istituzioni e alle associazioni un augurio di buon lavoro e l’invito a continuare nella stretta collaborazione nella speranza che insieme si possano raggiungere ulteriori traguardi al fine di favorire la crescita della nostra comunità. Io continuerò a raccontarla, rimanendo, nel tempo, La Voce di Corsano.

La Voce di Corsano

On-line l’ultimo numero de LA VOCE DI CORSANO

sabato, Febbraio 8th, 2025

Clicca sull’immagine per sfogliare il giornale

giovedì, Ottobre 17th, 2024

On-line l’ultimo numero de LA VOCE DI CORSANO

giovedì, Febbraio 1st, 2024

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PALAZZO BARONALE: A CHE PUNTO SIAMO?

martedì, Gennaio 30th, 2024

Nei numeri precedenti del nostro periodico avevamo tenuto acceso il faro dell’informazione su quello che ha rappresentato uno dei luoghi-simbolo della nostra comunità: il Palazzo baronale, sito in Piazza Umberto I.

L’Amministrazione in carica, fin dai primi giorni dal suo insediamento, ha focalizzato la propria attenzione su questo bene, che per troppi anni più che un fiore all’occhiello del centro storico corsanese ha rappresentato un pugno nell’occhio anche dal punto di vista estetico. L’impegno amministrativo è stato finalizzato all’acquisizione al proprio patrimonio comunale dell’immobile in questione al fine di poterlo mettere celermente in sicurezza (cosa di non poco conto), per poi prevedere e programmare una prospettiva di ristrutturazione e fruizione per l’intera comunità. In questo quadro è stato anche pensato un progetto di riqualificazione dell’intera area circostante (anche per il tramite di un finanziamento che è stato già conseguito).

Viste le innumerevoli novità che si sono verificate nel corso dell’ultimo anno e che hanno portato a compimento un impegno costante, è bene fare il punto della situazione anche per cogliere quale è lo stato dell’arte.

L’iter per l’acquisizione ha avuto inizio del 2020, allorquando il Comune di Corsano, dopo essersi dotato di un progetto di fattibilità tecnica-economica, ha avviato la procedura di esproprio, con l’incardinamento del relativo procedimento per l’ottenimento della dichiarazione di pubblica utilità da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e, quindi, della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio competente per territorio.

Nel 2021, dopo aver ottenuto dal Ministero della Cultura la dichiarazione di pubblica utilità, l’Amministrazione ha incaricato l’Agenzia del Demanio per la quantificazione dell’indennità di esproprio, che è stata accertata in 1 milione e 100 mila euro.

A metà del 2022, i proprietari dell’immobile, non ritenendo congrua tale quantificazione, hanno inteso chiedere la costituzione di un collegio arbitrale presso il Tribunale di Lecce.

Nei primi mesi del 2023, il Comune di Corsano ha proseguito nel proprio intendimento di acquisire al patrimonio pubblico il palazzo baronale ed anche in forza di un finanziamento regionale di 500 mila euro, ha versato alla ragioneria dello Stato l’indennità provvisoria così come quantificata dall’Agenzia del Demanio.

L’iter procedimentale è quindi giunto ad una svolta cruciale. Il Comune – anche alla luce dell’urgenza di ottenere la piena disponibilità dell’area antistante il Palazzo poiché in procinto di bandire la gara per l’affidamento dei lavoridi rifacimento di Piazza Umberto I (finanziamento ottenuto tramite la misura PON Cultura e Sviluppo FERS 2014-2020) – con provvedimento sindacale del 29.09.2023 ha decretato l’esproprio del Palazzo baronale ed il conseguente passaggio dalla proprietà Russo-Tagliaferro a quella comunale. Tale provvedimento non è stato oggetto di impugnazione, pertanto si è determinato il passaggio dalla proprietà privata a quella pubblica.

Successivamente a tale passaggio nevralgico, è stata avviata la redazione dello stato di consistenza, il cui procedimento è iniziato nel mese di novembre scorso ed a seguito del quale l’Ente potrà avere il pieno possesso dell’immobile.

Il raggiungimento di un risultato di tale portata non può sicuramente rappresentare un traguardo (seppur ambìto, sudato, difficoltoso e da decenni agognato), ma, è un punto di partenza. La prima tappa di questo percorso si è conclusa, ora giunge l’ulteriore sfida per le future Amministrazioni: il reperimento di risorse esogene (stanti gli ingenti interventi necessari sarà obbligatorio andare oltre la disponibilità del bilancio comunale) al servizio di una visione progettuale e prospettica di ampio respiro che sia capace di recuperare questo bene e rilanciarne la fruizione. All’interno di questa visione sarà essenziale una progettazione lungimirante che tenga conto delle peculiarità della comunità corsanese e che sia capace di strutturare una interlocuzione fattiva con inevitabilmente con la Soprintendenza ed il Ministero della Cultura.

DAL SUCCESSO AL BUON GOVERNO

lunedì, Gennaio 22nd, 2024

L’editoriale dello scorso anno, nel quale ho esaminato il successo elettorale del centrodestra e, in particolare di Giorgia Meloni, lo chiudevo in questo modo: “ora, però, c’è da navigare in mare aperto, esposti a continue raffiche di vento. Non è tempo di compiacimenti, ma bisogna tracciare la rotta, tenendo il timone ben saldo: buona navigazione governo, buon futuro all’Italia.”

Come era prevedibile, nel corso di questi mesi non sono mancate le raffiche di vento e la navigazione non è stata affatto tranquilla. È inutile elencare i motivi, ben conosciuti (tra i quali guerre, inflazione e rincaro delle bollette). Tutti di tale portata da far tremare le vene dei polsi a qualunque Paese, figuriamoci ad una Nazione come l’Italia gravata da un debito pubblico che va oltre il PIL annuale.

Ciononostante, le società internazionali di rating e le testate giornalistiche più prestigiose al mondo, hanno fornito giudizi lusinghieri in merito all’azione governativa e, soprattutto, con riferimento alla figura di Giorgia Meloni. Solo per fornire un dato tra tutti, nei giorni scorsi la prestigiosa rivista statunitense “Forbes” ha stilato la lista annuale delle 100 donne più potenti del pianeta, ed in questa classifica ha inserito al quarto posto proprio Giorgia Meloni: un traguardo impensabile sino a qualche mese fa e che mette a tacere chi preconizzava tracolli per la reputazione internazionale dell’Italia.

Queste attestazioni dimostrano che nel primo anno di vita la compagine governativa, nonostante tutto, ha dato buona prova di sé.

Quando mesi fa a Roma ho avuto occasione di salutare Giorgia Meloni, insieme ad altri amici lì convenuti, le ho detto solamente: “Giorgia in bocca al lupo, ne hai bisogno”. Lei mi ha risposto con un sorriso e con un grazie di cuore.

Infatti ne ha veramente bisogno, inutile nascondercelo.

Le problematiche che tutt’ora persistono non possono essere nascoste come polvere sotto al tappeto, come fatto anche nel recente passato da spregiudicati giocolieri del consenso. Una su tutte è la diseguaglianza che continua a distanziare Nord e Sud. Una forbice atavica che è ben conosciuta dalla Meloni, anche per l’attività svolta negli anni passati nel lungo tragitto di opposizione coerente (e spesso solitaria).

Non a caso il Meridione, proprio per l’attenzione riservata da Giorgia Meloni, è stato un buon serbatoio di voti per Fratelli d’Italia, che oggi rappresenta una altrettanto pressante richiesta di concretezza.

Alla perenne carenza di lavoro, di infrastrutture (materiali e immateriali), di investimenti, di servizi, in questi anni si sono aggiunte almeno due ulteriori piaghe che hanno contribuito a rendere più povere le nostre terre. Mi riferisco alla denatalità ed alla fuga dei nostri giovani, spesso laureati.

Il primo fenomeno, quello della denatalità, che un tempo non attanagliava il Sud, oggi è invece, paradossalmente, un fattore che ci accomuna al Nord. La problematica dell’emigrazione interna (e per alcuni aspetti anche verso l’estero), invece, sta comportando, come è facile intuire, un impoverimento che non è solo demografico (sul punto è interessante leggere l’accurato lavoro svolto da Concettina Licchetta in questo numero), ma anche intellettuale e produttivo. Ci stiamo privando di una fascia d’età che è la classe dirigente di domani e dopodomani, che rappresenta il motore intellettuale, economico e produttivo del futuro prossimo, con ogni conseguenza in termini di abbassamento del reddito medio individuale, di mancato salto di qualità rispetto ad un mondo che corre e di disequilibrio tra popolazione lavorativamente attiva (che si riduce) e pensionati (che aumentano). Tutti fenomeni che sono in attesa di essere finalmente aggrediti frontalmente ed avviati a soluzione.

Ciò che lascia perplessi rispetto al rumore di fondo, proveniente da una certa parte (in verità minoritaria, come dimostrano le agenzie demoscopiche), è la richiesta di immediatezza rispetto ad un lassismo che ha caratterizzato proprio gli autori di tali appunti. In altri termini, mi domando come si possa chiedere, ad ogni piè sospinto, ad un Governo in carica da appena un anno, la soluzione di tutti i mali del Meridione (e, perché no, magari del mondo), che hanno origini profonde e manchevolezze diffuse nel tempo.

Con altrettanta chiarezza, e magari un pizzico di spregiudicatezza, dico, però, che quel consenso che ha determinato la nascita del Governo Meloni e che continua a gonfiare le vele della sua navigazione, necessita di risposte, magari anche su problematiche che ci portiamo appresso dall’Unità d’Italia in poi.

È possibile: perché è un impegno che Giorgia Meloni ha sempre dichiarato; perché i tempi non consentono altre dilazioni; perché oggi la sensibilità verso il nostro territorio è di gran lunga maggiore rispetto a ieri; sì, grazie ad una classe dirigente proveniente dalla nostra terra che è all’altezza dei difficili compiti che l’attendono: Fitto e Mantovano per citarne solo due.

In questo contesto i fondi del PNRR sono un imprescindibile viatico per intraprendere il cammino descritto. Raffaele Fitto conosce benissimo le necessità territoriali e gli interventi che il PNRR può sviluppare, con buona pace di chi pensava che ottenere lo sblocco delle rate da parte dell’Unione Europea sarebbe stata un’impresa impossibile.

Mi permetto solo di suggerire, scendendo un po’ più nel particolare, che proprio il Salento attende da sempre un’adeguata infrastrutturazione, con ogni positivo riflesso che ciò comporta in chiave lavorativa, di mobilità, di sicurezza e di fruizione turistica. Si badi bene, non intendo riferirmi alla sola viabilità – indubbiamente prioritaria – ma anche alla rete dei porti (Leuca, Otranto, Gallipoli, solo per dare qualche indicazione), ed al trasporto aereo, con la chimera dello scalo di Galatina da affiancare a Brindisi.

Tutto ciò lo chiediamo con la consapevolezza di non invocare favori, ma rivendicare diritti.

A pensarci bene, la vita offre inaspettati riscatti. Per anni abbiamo chiesto agli altri di intervenire, oggi noi stessi siamo padroni del nostro destino. A volte il destino ci fa brutti scherzi, questa volta invece è uno scherzo positivo, gravido di opportunità e speranza. Chi l’avrebbe mai detto. Ora al lavoro.

Biagio Ciardo

È STATA UNA BELLA STAGIONE?

domenica, Gennaio 21st, 2024

È curioso come nel periodo estivo, si assista ad una frenetica diffusione di dati sull’andamento della stagione turistica in corso, mentre a consuntivo è sempre difficoltoso reperire un quadro esauriente. Senza una solida base statistica, l’analisi diventa molto difficoltosa e certamente non può essere esaustiva, pertanto facciamo solo alcune riflessioni e alcune considerazioni generali sul fenomeno turistico nella microarea del Sud Salento. L’offerta turistica continua ad avanzare, con una crescita in termini quantitativi e soprattutto qualitativi. Lo si può facilmente verificare dalle inserzioni sui vari portali dove l’offerta è sempre più variegata e spesso più ricca di servizi, idonea ad accogliere una clientela più esigente. Proliferano ad esempio le ville con piscina, con servizi esclusivi, resi alla portata della maggioranza dei turisti. In poche parole, il settore turistico sta maturando, sta facendo tesoro dell’esperienza accumulata in questi anni e sta cercando una propria identità, rivolgendosi ad una clientela sempre più esclusiva.

Tutto ciò è confermato dalla diffusa pratica estiva dello sport del tiro al bersaglio, dove il bersaglio è spesso il rincaro dei prezzi nel Salento, che diventa notizia da copertina. Questo è un indice del fatto che la proposta turistica del Salento comincia ad essere ingombrante per le località di villeggiatura di regioni più note per la loro vocazione turistica. Ora, l’elemento che più mi preme sottolineare è quanta ricchezza il turismo può portare al territorio e quanto sia veramente un comparto trainante, capace di generare posti di lavoro e di diventare una valida alternativa rispetto ai settori primari. Su questo punto, esprimo una certa preoccupazione per la sempre più ingombrante presenza dei giganti del settore che la fanno da padroni, dettando regole spesso penalizzanti per i proprietari. Mi riferisco alla necessità di promuovere gli immobili per le locazioni turistiche sui portali internazionali come Booking, Airbnb… ma anche i portali nazionali specializzati che, improvvisamente hanno registrato un’impennata delle tariffe degli abbonamenti o delle percentuali richieste per i loro servizi. Questi players stabiliscono regole certamente utili a definire uno standard qualitativo delle strutture pubblicizzate, ma chiedono anche commissioni di intermediazione che corrodono in maniera robusta i risultati per i proprietari. L’alta marginalità apparente del settore, dunque, si comprime a causa dei costi di promozione di queste società e per una normativa fiscale sempre più stringente, mirata a far emergere le storiche sacche di evasione. Tornando all’analisi dell’ultima stagione, le varie fonti non esprimono una visione univoca. In alcuni casi viene confermato il calo (generalmente tra il 15 e il 20%), già abbondantemente sbandierato a stagione in corso. In altri casi si parla di una sostanziale tenuta, con una crescita delle presenze straniere che compensa il calo delle presenze di turisti nazionali. Altre statistiche evidenziano una crescita, ma valutano il fenomeno su base regionale.

Il Basso Salento, contando su pochi centri turistici e di piccole dimensioni, incide in maniera poco significativa sulle statistiche. Un dato che appare evidente per le nostre marine è che la stagione si è leggermente allungata. Questa lieve destagionalizzazione è dovuta al fatto che, soprattutto a Corsano e dintorni, non abbiamo spiagge sabbiose (meta preferita dalle famiglie con bambini) quindi, le strutture dei nostri paesi sono attraenti soprattutto per gli stranieri che amano il paesaggio, la quiete e la riservatezza delle contrade rurali. Gli stranieri, infatti, solitamente in età più matura e non condizionati dal calendario scolastico, continuano a frequentare le nostre zone perché ne apprezzano il clima anche ad ottobre inoltrato. L’analisi dei numeri in maniera assoluta non ha un gran valore se non si ha un riferimento, un termine di paragone, ma soprattutto un obiettivo. È importante poter valutare il trend, al netto delle alterazioni della fase pandemica che hanno certamente favorito il Salento, perché solo sui risultati di una tendenza poliennale si può costruire un settore trainante. In sintesi, le locazioni turistiche dell’estate 2023 hanno registrato un aumento delle presenze di turisti più abbienti con un contemporaneo calo delle locazioni di fascia più bassa. Dal punto di vista della ristorazione, i dati sono sempre in qualche modo salvati dalle buone performance del mese di agosto, ma complessivamente i fatturati hanno subito una contrazione di quasi un quarto dei volumi della precedente. Anche i gestori di società di noleggio di imbarcazioni ed escursioni nautiche riferiscono di un calo nelle loro attività.  Questo elemento ci porta alla logica conclusione, che la maggior parte dei turisti di fascia media, spende meno e cerca di fare economie. Alcuni grossisti di generi alimentari e di prodotti per l’igiene e per la casa, confermano un calo delle vendite nel periodo estivo di circa il 20% rispetto all’anno precedente. Le attività di servizi, le rivendite di materiale elettronico situate in zone turistiche, sono concordi che il flusso e il fatturato dell’ultima estate è stato in calo di una percentuale tra il 10 e il 20 rispetto all’estate 2022. Questo fa pensare che una famiglia di turisti medi destina buona parte del budget alla scelta della location che deve fare da sfondo “instagrammabile” per le vacanze, ma poi magari risparmia sui consumi giornalieri, portandosi anche la pasta e la carta igienica da casa. Per concludere, i dati in leggero calo rispetto all’estate precedente non devono spaventare, perché serve un assestamento post Covid. È importante, però, che il settore strategico del turismo sia in evoluzione e i prossimi anni saranno fondamentali per capire se il cammino intrapreso va nella giusta direzione, i numeri attuali non sono ancora sufficienti a considerarlo un fattore decisivo per l’economia del territorio.

Gianfranco Chiarello